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TRADIZIONI :: Il
libro sulle farchie
Cap.
VI
I
SIMBOLI: LE FARCHIE
Analizzando
l'origine etimologica della parola farchia, Giammarco
dice che potrebbe derivare da forchia che tuttora
nel dialetto di Palena significa caprile - dal latino
fùrcula, da cui farchia, in relazione alle
canne intrecciate che delimitano il caprile nella
stalla; oppure da farchjie - canna palustre con
cui si impagliavano le sedie o si bruciavano le
setole del maiale. Di conseguenza è detta
farchie la fiaccola di canne che si bruciava la
notte di Natale o durante la festa patronale.
A Rapino, ad esempio, il fascetto di canne infuocate,
utilizzato per bruciare le setole del maiale scannato
viene chiamato firchjie.
Le farchie di Fara sono dei fasci cilindrici di
canne legati con rami di salice rosso aventi generalmente
un diametro di 70-100 centimetri ed una lunghezza
di 7-10 metri.
Analizzando la struttura architettonica della farchia
se ne ricavano le seguenti parti:
-anima della farchia
-pancia della farchia o fusto-piede
-cima della farchia.
Risulta estremamente interessante questa nomenclatura
che sembra poter essere corrisposta a quella dell'uomo:
-anima della farchia = anima dell'uomo
-cima della farchia = capo, testa
-pancia della farchia o fusto = corpo o busto
-piede = piedi
Questa analogia ci risulterà utile quando
andremo ad analizzare i significati simbolici della
farchia.
Ad un occhio attento non sfugge comunque che l'aspetto
tecnico-costruttivo più interessante della
farchia si racchiude nell'assemblaggio delle canne
(scivolose e flessibili) e nell'esecuzione dei nodi
con i rami di salice rosso. L'inizio della costruzione
coincide con la scelta di un palo di legno dritto
(come vedremo questo componente ligneo è
molto importante per il significato simbolico della
farchia) chiamato anima della farchia che viene
rivestito da fascetti di canne sino ad ottenerne
un fascio di un certo diametro (dai 40 a 60 centimetri).
Alcuni costruttori di farchie mi hanno riferito
che questa fase è molto importante poiché
il diametro dell'anima è determinante per
il diametro finale della farchia.
Si fanno due legature con due funi, le funacchie,
ad una distanza di circa 40 centimetri a partire
dalla base del palo ligneo centrale, cioè
dell' anima. Le funi vengono strette con forza e
poi sostituite da rami vivi di salice "torti"
a fuoco, cioè ammorbiditi e piegati alla
fiamma. Questi rami vengono poi annodati con perizia
e capacità che possono essere
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acquisiti solo con la pratica e l'apprendimento
mediante imitazione. In questa fase già
compare l'altro elemento iniziatico: infatti l'esperto
trasmette didatticamente le sue conoscenze con
l'esempio a quello che gli sta vicino e lo aiuta
mentre entrambi esibiscono la forza muscolare
e l'intelligenza.
Man mano che la farchia cresce le canne vengono
sempre più pressate e sistemate con accortezza
facendo in modo di non far notare i giunti, di
posizionarli ad una distanza regolare e ordinata
(non sfugge il perfetto allineamento dei nodi).
Ma è oltremodo difficile mantenere la perfetta
forma cilindrica della farchia che sarà
poi evidente a tutti soltanto con l'innalzamento
mentre in questa fase di confezionamento soltanto
chi è esperto può riconoscerla ed
intuirla. Le canne, quindi, devono essere perfettamente
allineate, soprattutto al piede, la cui perfetta
complanarità permette alla farchia di sostenersi
senza problemi di eccentricità. L'inclinazione
della farchia o la sua deformazione suscita la
derisione e gli sfottò degli altri contradaioli:
ha fatte la panze.
Riconoscendo al tronco la funzione di armatura
dell'intera farchia, in quanto elemento rigido
di sostegno alle canne, si può ipotizzare
un'origine diversa della sua esistenza. Nel gergo
è definita "anima", cioè
"essenza" della farchia, facendo intuire
quanto sia importante per la "vita"
stessa della farchia: in effetti con un tronco
poco consistente la farchia si inarca, si piega
mostrando la sua debolezza. Il tronco, quindi,
è l'essenza di essa, come a dire che è
l'albero - simbolicamente e fisicamente rappresentato
dal tronco - il sostegno della farchia. Questa
riflessione ci porta a concludere che la farchia
nasconde in se un antico elemento ritualizzato,
legato al culto degli alberi.
In effetti anche in una interessantissima leggenda
su Sant'Antonio si parla di querce trasformate
dal santo in fiamme vive, come una sorta di riello,
per spaventare i soldati francesi. Le "querce",
che per antonomasia
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ricordano
la Selva di Fara (distrutta agli inizi del '900)
hanno sbarrato il passo agli invasori proteggendo
l'intera comunità con l'intervento del
santo che apparve sopra di esse. La legna di quercia,
come abbiamo già detto, serve ad alimentare
il fuoco acceso dai contradaioli; il fuoco quindi
può alimentarsi principalmente con questo
tipo di combustibile che, per opinione comune
ed a ragione, è quello più resistente
a consumarsi e quello che produce più brace.(1)
È opportuno soffermarsi anche sugli altri
materiali costituenti la farchia: le canne e i
rami di salice.
Prima di avventurarci in analisi interpretative,
è necessario ricordare come nella vita
domestica contadina questi due elementi vegetali
siano combinati.
Con le canne ed i virgulti di salice si confezionano
diversi oggetti materiali di uso domestico e lavorativo
(cesti, cannelle per botti, grate per essiccare
i fichi, ecc.); entrambi possiedono una versatilità
notevole e risultano perciò utilissimi
per la confezione di una vasta gamma di utensili
necessari all'attività agricola. Il contadino,
in sostanza, poteva procurarsi o realizzare strumenti
che gli erano fondamentali per la sua attività
che andavano dal semplice e fondamentale "legame"
di salice per tenere insieme fasci d'erba o affastellare
i rami di vite, a tutti gli attrezzi lavorativi,
non ultimi le sderrazze (una sorta di coltello
che serviva per eliminare le setole e l' epidermide
del maiale appena scannato prima di procedere
alla lavorazione delle carni, oppure per togliere
il fango dalle scarpe). Da queste due specie vegetali
si ricavavano molte cose e oggetti materiali a
costo zero, ecco perché in prossimità
di vigne o di aie troviamo documentate coltivazioni
di canneto e varie descrizioni di alberi di salice
già dai documenti quattrocenteschi.(2)
Per la cultura popolare la canna rappresenta la
flessibilità, l'incendiabilità e
la velenosità. Si distingue con chiarezza
la canna debole (quella fluffe) da quella sana.
Notoriamente le canne di collina, quelle rosse,
sono più resistenti di quelle di fiume.
La canna veniva raccolta in gennaio e serviva
per sostenere le viti, i legumi o altri ortaggi
- i quali si incannavano. Alla canna si appoggiavano
gli anziani soprattutto quando andavano per i
campi: si riteneva infatti che la canna mettesse
in fuga i serpenti. Solo la canna può "uccidere"
i serpenti che appena toccati da essa muoiono
- la serpe Si' more nghe la canne e no nghe la
ramate - Con le canne si realizzavano i recinti
delle aie, le fratte, per delimitare i campi coltivati.
Le sue foglie erano utilizzate come foraggio per
il bestiame mentre l'anima della canna (un dischetto
di cellulosa che si trova all'intemo dello stelo,
tra i due nodi) serviva per fermare le emorragie
in caso di ferita. La canna comunque è
velenosa: se una sua scheggia trafigge l'avambraccio,
le ferite provocate dalle schegge aguzze tardano
a guarire suppurando più volte.
Nel trattato di Iconologia di Cesare Ripa del
1608 il "pericolo" viene rappresentato
da un giovane che cammina sull'orlo di un precipizio
appoggiato ad una canna. La canna dimostra la
fragilità della nostra vita, continuamente
ai pericoli perché spesso si appoggia a
cose e fragili(3). Oppure nell'allegoria dell'inimicizia
mortale lo stesso autore ritrae le canne e le
felci nemiche nella natura, perché, dice,
le
felci tagliate con la canna non rinascono più"(4).
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Sembra che con quest'ultimo significato si voglia
ribadire la tossicità della sua fibra.
Anche per la simbologia cristiana la canna rappresenta
la debolezza.
Nella mitologia greca Siringa fu trasformata in
canna: la divinità si trasforma in un essere
vegetale (canna o albero) che a sua volta diventa
sacrale e per tale è venerato(5):
"Pan inseguì un giorno la casta Siringa.
Quando stava per raggiungerla, essa corse dal
padre, il fiume ladon, e lo supplicò di
trasformarla in canna. Essendo stata esaudita,
Pan non riuscì a distinguerla in mezzo
alle canne che costeggiavano il fiume; allora
ne tagliò parecchie e con esse costruì
la siringa, il flauto di Pan"(6).
Non è da sottovalutare la straordinaria
somiglianza formale della canna al frumento. Entrambi
hanno il fusto nodoso, hanno foglie analoghe;
mentre il frumento ha la sua parte più
preziosa nella spiga, la canna ha il suo vigore
nella radice tuberosa che si espande con rapidità
- lu cannare s'allareghe -; il "pennacchio"
della canna è una copia "sterile",
apparentemente improduttiva, della spiga. Il canneto
visto a dicembre e gennaio, da una certa distanza
ricorda allusivamente il campo di grano: di colore
bruno-dorato come un campo ingigantito di grano
maturo. Il taglio del canneto, una sorta di "mietitura",
avveniva in gennaio nella stessa epoca in cui
in alcune località della Francia si celebrava
un rito propiziatorio molto interessante; alcuni
popolani nella giornata del 17 gennaio, si improvvisavano
mietitori e, scendendo nei campi, fingevano di
mietere con una certa lena e schiamazzo, con chiari
intenti propiziatori(7). Simbolicamente anche
gli altri fingevano di mietere: è chiaro
che il gesto aveva un contenuto magico ed il mietere
ritualizzato era un gesto di magia simpatica
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In effetti in dicembre - gennaio il grano
germoglia immerso nel terreno, sviluppa l'apparato
radicale la cui robustezza sarà poi importante
quando nei mesi primaverili si innalzeranno gli
steli.
È nota invece la vigoria del salice. Un
suo ramo appena infisso nel suolo è capace
di germogliare dando origine ad un nuovo albero
per talea; in alcuni casi e in presenza di terreni
umidi, è sufficiente che un ramo poggi
al suolo per germogliare, sviluppando radici che
leste affondano nel suolo melmoso o muschioso.
La farchia quindi contiene elementi vegetali che,
per simbologia e analogia, rimandano a significati
di fecondità e vigoria. Lo stesso carattere
fallico ravvisabile nella sua forma sembra ribadire
questo significato. La farchia pertanto è
un simbolo di forza, di vigore, che contiene in
se gli elementi essenziali della vita, come gli
altri modelli di tal genere sono stati identificati
nelle culture passate, e il cui abbruciamento
assume i caratteri di un sacrificio vero e proprio(8).
In effetti il fuoco, più che elemento purificatore,
in questo caso diventa elemento mediatore tra
gli uomini e la divinità: si sacrifica
cioè l'elemento avente più forza
affinche poi dalla divinità lo stesso sia
ridistribuito in forma di abbondanz;a di raccolto,
nella fattispecie di grano(9).
È un atto di magia imitativa l'usanza praticata
in Bucchianico sino a pochi anni orsono secondo
cui dopo aver posto le talee di rosa nella terra
si dovevano porre alcuni semi di grano vicino
la base del ramo che in tal modo avrebbe radicato
come i semi.
NOTE
(1) Il carattere sacrale di questo fuoco può
ricordare il fuoco vestale dell'antica Roma; come
dice Frazer "è ragionevole concludere
che dovunque si mantenesse nel Lazio un fuoco
vestale, questo fosse alimentato, come a Roma,
col legno delle querce sacre". Frazer, 1973,
pag. 258.
(2) Ho avuto modo di riscontrare quanto il paesaggio
agrario storico di Fara Filiorum Petri sia stato
particolarmente ricco di questi vegetali, vedasi
in proposito M. VV; Cultura antropica e paesaggi
agrari tra '700 e '800, 1996.
(3) Ripa C., 1992, pag. 346.
(4) Ibidem, pag. 194.
(5) Cocchiara G., 1980, pag. 78.
(6) Brosse, 1994, pag 128.
(7) L'antica usanza era rispettata a Valensole
il 17 gennaio, festa di S. Antonio, quan- do i
meno abbienti inscenavano un "parodia della
mietitUra", cfr. M. Vovelle,1986, pag. 62.
(8) "In questo caso vien chiaramente attribuito
al salice il potere di dare alle donne un facile
parto e di comunicare energia vitale ai vecchi
e ai malati", cfr. Frazer, 1973, pag. 202.
(9) Per Frazer l'uccisione della divinità
è un atto magico. La natura muore d'inverno
e risorge in primavera, seguendo i principi della
magia imitativa queste divinità che impersonavano
10 spirito della natura devono morire., anzi devono
essere uccise per risorgere. Questa pratica era
presente nel culto di Osiride."Un nome di
Osiride era il "raccolto" o la "Mietitura"
e gli antichi talvolta lo spiegavano come una
personificazione del grano". Ma Osiride era
qualcosa di più che uno spirito del grano,
era anche uno spirito degli alberi. "Si abbatteva
un pino e se ne scavava la parte centrale; con
il legno così scavato si faceva un'immagine
di Osiride che veniva poi sepolta come un cadavere
nel cavo stesso dell'albero. L'immagine si conservava
e poi si bruciava dopo un anno. La trasmigrazione
del culto di Osiride in Occidente sembra possa
identificarsi con il culto di Dioniso. "Dioniso
era anche un dio degli alberi in generale ...Anche
l'edera e il fico erano in special modo associati
con lui". Cfr. Frazer, 1973, pag. 596-611.
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