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TRADIZIONI :: Il
libro sulle farchie
Cap.
IV
IL
MITO DI FONDAZIONE
DELLA FESTA
È
tradizione che la festa delle farchie sia stata
originata da un mira- colo avvenuto per intercessione
di S. Antonio al tempo dell'invasione francese del
1799. All'epoca Fara era protetta dalla "Selva",
un grande querceto che si estendeva dal paese sino
a Vacri, fino a coprire intera- mente la contrada
Colli. Venendo da Bucchianico verso Guardiagrele,
i Francesi volevano occupare Fara ma l'apparizione
di S. Antonio nelle vesti di un generale li fermò.
Il santo intimò alle truppe di non oltrepassare
la selva e alloro diniego trasformò gli alberi
in immense fiamme che scompigliarono i soldati.
Questo tema trova analogie nella Festa dei Saraceni
di Villamagna (S. Margherita fece apparire una trave
infuocata davanti agli invasori saraceni che volevano
saccheggiare il piccolo centro), e nella Festa dei
Banderesi di Bucchianico (S. Urbano fece apparire
soldati bucchianichesi fin sopra i tetti per mettere
in fuga gli invasori chietini).
Altra singolare leggenda è quella che riguarda
la costruzione della chiesetta di S. Antonio in
contrada Colli. In quel luogo esistevano gli
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"sterponetti" ossia una fila di circa
10 querce che avevano la particolarità di
conservare nel tempo le dimensioni del loro tronco.
Vicino queste querce, secondo la tradizione popolare,
durante l'invasione francese sarebbe avvenuto il
miracolo. Ma a questo mito se ne sovrappone un altro
che sembra alludere a preesistenti culti arborei.
In questa zona di Fara Filiorum Petri esistevano
ancora le querce sacre a S. Antonio, un boschetto
che era ciò che rimaneva dell'estesa "Selva"
oggi documentato solo nella toponomastica, parte
di proprietà demaniale e parte dominicale,
utilizzato per l' allevamento dei maiali.
Il bosco si era conservato integro attraverso i
secoli, chiudendo al suo interno i propri misteri.
Si racconta che, cambiati i tempi, un nobile locale
decise di tagliarlo per ricavarne legname. Gli altri
non opposero alcuna resistenza e persino una grande
quercia, il cui tronco poteva essere circondato
da almeno 5 uomini che si tenevano per mano, fu
tagliata. Chi mi ha raccontato questo episodio non
ha mancato di far notare il rimpianto e quasi la
colpa per un atto sacrilego, ricordando che tutti
speravano di trovare all'interno del tronco il "bambinello
d'oro", una chiara allusione a quello che doveva
essere lo spirito dell' albero. S. Antonio muta,
nella leggenda, tutti gli alberi in fiamme ardenti
o soldati pronti a fronteggiare le truppe francesi
nel 1799: non è che la dimostrazione più
eloquente di come il ruolo protettivo del bosco,
assunto con la sua sacralità, sia stato trasferito
al santo. Il santo che trasforma gli alberi, quasi
con gesto magico e mirabile, mostra la sua superiorità
sottomettendo gli spiriti degli alberi in forma
di fiamme(2).
NOTE
(1) Sino al secolo XIV i Lituani non ancora convertiti
al Cristianesimo veneravano delle grandi querce
da cui ricevevano responsi d'oracolo: "alcuni
conservavano dei sacri boschetti presso i loro
villaggi e le loro case e persino spezzarne un
rametto sarebbe stato peccato" (Frazer, pag.
177).
La tutela del bosco sacro ha avuto molta parte
nell'antichità, pensiamo ai boschi consacrati
a Diana, e spesso erano la memoria di primordiali
culti animistici, volti a considerare ogni forma
vivente dotate di anime e quindi vive. Non era
raro infatti che alcuni riti si svolgessero all'interno
del bosco.
(2) L'associazione di S. Antonio all'albero può
essere ravvisabile in una leggenda che ho avuto
modo di raccogliere a Casalincontrada. Si racconta
che la statua di S. Antonio che si conserva dentro
la chiesa parrocchiale di questo paese, sia stata
realizzata con un tronco intero di "perazzo",
(pero selvatico); all'osservazione sembra che
la statua del sec. XVIII abbia veramente una struttura
lignea su cui è stata stesa una boiacca
di stucco e poi la vernice decorativa. Una tradizione
simile vive ad Ari dove si racconta che la statua
della Madonna delle Grazie sia stata fatta con
il tronco dell'albero di fico sul quale era apparsa.
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