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TRADIZIONI :: Il
libro sulle farchie
Cap.
III
IL
TERRITORIO E LE DEVOZIONI
Come
dicevamo Fara Filiorum Petri è ubicata alle
falde della Majella, all'interno della Valle del
Foro. Il suo centro antico si trova esattamente
alla confluenza del fiume Foro con i suoi principali
affluenti (le Vesole S. Angelo e S. Martino), si
sviluppa su un promontorio detritico che fisicamente
e simbolicamente apre (e chiude) la Valle del Foro:
da Fara il fiume Foro acquista in effetti la sua
forte identità di "fiume" con l'asta
fluviale ben delineata tra le colline preappenniniche.
Questa particolarità geografica e morfologica
ha fatto sì che Fara diventasse luogo fortificato
a protezione del territorio montano soprattutto
nei secoli altomedievali, quando la Valle del Foro
era il "corridoio naturale" attra- verso
il quale le guerriglie bizantine costiere venivano
in collisione con i villaggi longobardi stanziati
all'interno.
La stessa origine del nucleo urbano storico di Fara
(posta in luogo umido) sembra potersi collegare
ad un ruolo militare del centro, mentre una vasta
estensione boscosa all'interno della valle fluviale
proteggeva alcune attività trasformative
(mulini, gualchiere, ecc.) probabilmente introdotte
dalle comunità benedettine, e favorita dall'abbondanza
delle acque. Una copiosità di ruscelli e
torrenti che colpì E. Abbate, agli inizi
del nostro secolo.
La diffusione del cristianesimo a Fara è
stata opera dei Benedettini di S. Salvatore a Majella
di Rapino e S. Liberatore a Majella presso Serramonacesca
sin dai secoli altomedievali mentre dopo il 1304
il monastero di S. Eufemia, dipendente da Montecassino,
è stato il punto religioso di riferimento
assoluto per la popolazione locale, dopo che la
forte e carismatica figura di S. Aldemario di Capua
(960-1034) vi aveva fondata una comunità
religiosa sotto la protezione della Signoria di
Tresidio. Sino alla metà degli anni '70 dello
scorso secolo, la parrocchia di Fara era sottoposta,
insieme a quella di Serramonacesca, a Montecassino.
Questa particolarità, che la faceva essere
in una condizione di "isolamento" religioso
- stituzionale rispetto al circondario ricompreso
nella Diocesi di Chieti, ha influito sull' affermazione
delle devozioni popolari, ovviamente in gran parte
alimentate dalla cultura benedettina. A proposito
del culto di S. Antonio, il Lupinetti, parlando
del responsorio per il triduo o novena della festa
e del santo, aggiunge "ci sembra uno dei più
antichi e originali. Nei versi di questo responsorio
è compendiato l'essenziale: protezione degli
animali, preservazione dagli incendi, dominio sui
demoni, secondo la tradizione benedettina(2).
Sempre a Fara si sono conservati, almeno sino al
dopoguerra, culti già diffusi in epoca longobarda,
come quello di S. Agata e S. Eufemia, sante invocate
contro l'ipogalattia con riti e misteri che prevedevano
l'uso di acqua che sgorgava da una sorgente miracolosa,
conosciuta sino in Puglia, come acque de Sanda Fumeje
ossia "acqua di S. Eufemia".
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Questa attenzione nel riportare i culti cattolici
presenti vuole solo dimostrare che essi sono stati
tutti probabilmente introdotti in epoca longobarda
(S. Salvatore a cui è intitolata la parrocchia,
S. Agata e S. Eufemia), poi alimentati e ulteriormente
diffusi nella devozione popolare dalla locale
comunità monastica benedettina di S. Eufemia.
Si vuoI far notare, e non solo per semplice curiosità,
che le chiese di S. Agata e S. Antonio furono
costruite all'esterno del centro urbano, l'una
vicina al fiume Vesola di S. Angelo e l'altra
nel sito occupato dalla chiesa attuale (un luogo
che nel passato era marginale e poco accessibile).
Quest'ultima particolarità di ubicazione
fa presupporre e avvalora l'ipotesi che il culto
di S. Antonio sia stato introdotto durante l'imperversare
dell'epidemia di herpes zoster, o fuoco di S.
Antonio, quindi facilmente praticabile dai malati,
tenuti a margine o in lazzaretti per evitare il
contagio.
Il culto di S. Antonio è stato diffuso
soprattutto ad opera degli Antoniani (una congregazione
di monaci) il cui compito principale era quello
di soccorrere i malati di herpes zoster, che si
diffuse, pare in forma epidemica, intorno all'anno
Mille. La malattia aveva sintomi terribili: si
manifestava con ascessi accompagnati da forte
prurito e, nelle fasi avanzate, provocava una
progressiva amputazione degli arti corporei. Pare
che gli Antoniani curassero le parti malate applicandovi
lo strutto di maiale. Ne è derivata l'interessante
tradizione, presente a Cansano ad esempio, di
allevare il porcello di S. Antonio. Un maialino,
detto di S. Antonio e debitamente contrassegnato
da un fiocco rosso o dal taglio dell' orecchio,
veniva fatto circolare liberamente per le vie
del paese e ognuno era tenuto a nutrirlo e a ricoverarlo
nella stalla, quand'esso si avvicinava alla propria
abitazione(3).
Alcuni giorni prima della Festa di S. Antonio
il "porcello" veniva ucciso e le sue
carni distribuite ai poveri. In effetti pare che
gli Antoniani fossero gli unici ad avere il diritto
di allevare ed ammazzare i maiali per fini mutualistici
o "sanitari". Tralascio di soffermarmi
sul perché il maiale, inizialmente simbolo
del male, sia stato poi identificato come simbolo
della protezione degli animali profusa da S. Antonio;
mentre è interessante far rilevare che
il maiale, seppure animale "immondo",
in realtà era usualmente allevato dai contadini
quale unico e fondamentale mezzo di sussistenza
per la famiglia stessa. Il maiale forniva gli
alimenti base della cucina, rappresentava l'abbondanza,
la grascia, come si diceva. Su questo animale
si investiva denaro al momento dell'acquisto,
quand'era ancora lattante, durante le fiere primaverili,
lo si circondava di cure e dedizione.
Una massima popolare recita: del maiale non si
buttano neanche te unghia, a significare il quasi
completo utilizzo di tutte le sue parti corporee.
La perdita dell' animale poteva significare povertà
e patimento della fame per l'intera famiglia.
Sembra abbastanza comprensibile, quindi, la consacrazione
dell'animale (come d'altronde di tutti gli animali
domestici) al santo, quale migliore ausiliatore
per infondere la protezione. Persino in un libretto
del 1731 Sulla porchetta o porcus troianus destinato
a circolare in ambienti accademici, si introduce
il tema dicendo "il porco è l'animale
più utile di quanti Madre natura abbia
fatto a noi dono"(4).
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NOTE
(1) "Il paese è situato sopra una
collinetta, a est della quale scorre il Foro.
In vicinanza di Fara, la Vesola che nasce alle
radici della Majella, mette foce nel Foro; questa
strada facendo, per le contrade di Casacanditella,
Vacri, Villamagna e Miglianico, raccoglie vari
rivi e torrenti, così il paese è
fiancheggiato da due fiumi che lo rendono un po'
umido al crepuscolo... Bella è un' escursione
alle sorgenti del Foro, luogo romantico, a cui
si può andare in meno di un' ora, anche
con carrozza. Notevoli anche le cascate che animano
i mulini." Da E.Abbate, 1903, pag. 316.
(2) Lupinetti, 1960.
(3) Devo questa informazione a Franco Cercone
che ha analizzato queste tematiche esponendo le
sue conclusioni nel corso di una conferenza tenuta
a Collelongo nel 1994.
(4) Di NoIa ha illustrato dell'usanza diffusa
in Abruzzo di allevare il "maialino"
di S. Antonio. Un'usanza che, inquadrata nel sistema
economico dell'allevamento, sembra più
comprensibile. Non è raro trovare nei contratti
di soccida del '600 0 '700 stipulati tra la gente
di pianura e quella pedemontana accordi per l'
allevamento allo stato brado dei maiali o "negri".
Anche in Fara l'allevamento rappresentava un settore
importante nell'economia locale. Nelle testimonianze
raccolte si parla di 400 o 500 maiali allevati
allo stato brado della Selva. Di NoIa, nell'evidenziare
il significato simbolico del maiale (animale impuro
che nel Vangelo incarna il demonio) evidenzia
gli "imbarazzi" del clero e fedeli quando
dell'animale non si potevano tacere le virtù.
Egli dice "nell'economia domestica medievale
il lardo e a carne di maiale assumeva un'importanza
sostanziale. L'animale allevato allo stato brado
nei boschi diventavano la fonte di vita più
importante di tutta la comunità" (Di
NoIa 1976, pag. 237). Ancora egli dice: "L'allevamento
dei porci, sia nella fase in cui era prevalentemente
libero e forestale, sia nella posteriore fase
di ingrassamento a mezzo di pastoni in cortile
e in stalla, costituisce un ciclo economico con
alta frequenza di rischi e di incerti (malattie,
epidemie, furti, dimagrimenti ecc.) che la società
arcaica supera, come nelle altre economie allevatorie,
attraverso il ricorso ad affidamenti potenti e
a garanzie soprannaturali." (Di NoIa 1976,
pag. 238). La necessità di protezione dell'animale,
o meglio di tutto il corpo d'allevamento è
stata sicuramente la prima causa della diffusione
del culto di s. Antonio. Non abbiamo ancora studi
storici sufficienti per dimostrare che sono stati
gli Antoniani i principali artefici della diffusione
della pratica d' allevamento. Una traccia d'indagine
potrebbe essere quella di dimostrare che proprio
gli Antoniani, nel ricompattare alcune proprietà
dell'Ordine di Malta presenti nella Vallata del
Foro, abbiano promosso attività d'allevamento
anche in Fara. t noto, infatti, che in Miglianico
e Bucchianico la comunità cavalleresca
di S. Antonio di Viènne (Francia) possedeva
territori boscosi e marginali dei campi coltivati
e la loro presenza diventò ancora più
importante quando l'Ordine cavalleresco assunse
la funzione protettiva anti-turchesca lungo la
Vallata del Foro. E' singolare che, come rileva
Di NoIa, furono proprio gli Antoniani ad associare
il culto di s. Antonio al maiale; egli dice: "Se
l'accostamento con il maiale al culto di S. Antonio,
avesse suscitato non pochi imbarazzi nel medioevo,
fu la diffusione di una singolare leggenda da
parte degli Antoniani nella metà del sec.
XVI secondo cui il santo aveva miracolosamente
guarito un porcellino zoppo. (Di NoIa 1976, pag.
236). Il santo diventò protettore dell'animale.
"Infine, per lo specifico caso della questua
in nome di sant' Antonio deve aver operato sicure
e forti influenza l'uso di questua degli Antoniani"
(Di NoIa, 1976, pag. 218).
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