|
:
|
::
TRADIZIONI :: Il
libro sulle farchie
Cap.
I
LE FARCHIE: UN'IPOTESI INTERPRETATIVA
Molti
vogliono conoscere l'antichità, il valore
religioso, i significati dei riti e dei simboli
che la festa popolare contiene o che sono più
evidenti. Queste curiosità vengono manifestate
dalle persone che si sento- no attratte dalla festa
in quanto "turisti", cioè fruitori
vacanzieri alla ricerca di "una diversità"
di comportamenti o di svago che credono possano
essere ancora ricercate nelle "buone cose di
una voltà (1), oppure da persone che, trovandosi
a vivere nel clima festivo con un sentimento di
maggiore consapevolezza e senso critico, si divertono
e vogliono conoscerla fino in fondo (in quest'ultima
categoria rientrano quèlli che hanno assorbito
la tradizione sin dalla loro infanzia).
La festa popolare può considerarsi un insieme
di valori che si è formato negli anni e che
è la testimonianza più eloquente della
civiltà che l'ha prodotta. Sono valori che
possono interessare diverse discipline: nella festa
possono trovare materiale di ricerca gli storici,
gli antropologi, gli psicologi, i sociologi e così
via, fino ad ottenere una corona di analisi interpretative
che certamente non sono sufficienti ad esaurire
l'argomento ma quantomeno ne forniscono un quadro
quanto più esaustivo possibile. È
ovvio che le analisi saranno comunque relative,
nel senso che esse sono circoscritte ai limiti conoscitivi
che le discipline hanno in se; il futuro potrà
darci conferme o smentite dei risultati ottenuti,
in funzione dell'evoluzione delle discipline suddette.
È una regola, peraltro, che riguarda ogni
settore del sapere umano: la relatività di
esso viaggia sempre di pari passo con il corso dei
tempi.
In questa sede mi è d'obbligo precisare che
le note seguenti sono frutto di semplici deduzioni
da parte di chi vive e osserva la realtà
che lo circonda, con lo scopo di alimentare il diffondersi
di simili studi e di accrescere la sensibilità
per il notevole patrimonio socio-culturale e di
tradizioni popolari che tuttora vive ed è
stato ereditato dalla civiltà contadina.
È una realtà che in parte ho avuto
modo di conoscere per una sorta di eredità
familiare, che mi è molto cara(2), e in parte
è derivata dall'osservazione diretta di questi
"fenomeni" attraverso le indagini sul
campo. Nelle note che seguono, quindi, sono riportate
solo alcune riflessioni circa l'istituto festivo
che sottende alla Festa delle Farchie ed alcuni
simboli ad essa: connessi, nei limiti dello spazio
che la pubblicazione mi impone(3).
Prima di addentrarmi nelle argomentazioni da me
scelte, mi sembra opportuno chiarire il presupposto
di base che motiva questa ricerca: per- che occuparsi
di una festa popolare? Quali sono le ragioni e l'utilità
che possono giustificare una simile scelta? Che
cosa ha di interessante una festa popolare quando
sappiamo che essa era espressione di una determinata
cultura (quella contadina) che in parte non esiste
più?
pag. 15
Queste
domande trovano già una risposta se si considera
che la festa - in quanto espressione culturale della
società - vive e si modifica proprio in funzione
delle trasformazioni della società che l'esprime:
in sostanza possiamo dire che la festa vive se è
la società, attraverso la sua componente
dinamica (in seguito vedremo qual è) a volerla
far vivere, pertanto merita di essere analizzata
in quanto fenomeno reale e presente.
Se oggi la Festa delle Farchie si celebra, significa
che c'è una parte (o tutta) della società
che la riconosce e la condivide come propria.
Con la festa popolare, nel passato, la società
contadina aveva un' occasione di svago, di ricreazione
che permetteva a ciascuna persona di evadere dal
quotidiano pur rimanendo nella coerenza delle regole
valide all'interno del "gruppo sociale",
cioè senza esserne estraniati. Crescevano,
cioè, in identità individuale nei
confronti dell' identità collettiva dell'intero
gruppo dalle regole chiare e definite. Erano queste
regole, questa appartenenza al gruppo che limitavano
fenomeni di spersonalizzazione o alienazioni che
nella società attuale sono molto più
frequenti (4).
La festa era un' occasione di crescita per tutti,
soprattutto per i giovani; i bambini vi potevano
assorbire le regole sociali con il divertimento
e lo svago mentre gli adolescenti vi trovavano occasioni
di crescita iniziatica, fondamentali quando poi
si inserivano nella "società dei grandi".
La società attuale, complessa e derivata
dalle rapide mutazioni di quella precedente, presenta
tutti i caratteri di indeterminatezza tipici delle
trasformazioni: siamo ancora alla ricerca di equilibri,
nella fattispecie di ritualizzazioni dell'ordinario,
che permettono alle persone di semplificare il più
possibile i problemi derivanti dalla vita stessa
o dalle perplessità esistenziali che sono
naturalmente insite in ognuno di noi. Il "ritorno"
alle feste tradizionali, il volersi riappropriare
degli antichi cerimoniali da parte di molte persone
di oggi, è la prova più evidente che
si va alla ricerca di valori autentici e modelli
comportamentali rassicurati- vi, che danno certezze,
proprio in un momento in cui l'individualismo sembra
essere in netta espansione. Soprattutto nei nostri
contesti in cui l'individualismo è stata
la risposta immediata al naturale miglioramento
di status sociale (un semplice cambiamento di lavoro
ha portato ognu-
pag. 16
no di noi a modificare spesso i rapporti con gli
altri vicini e soprattutto con quelli che esprimono
una cultura ritenuta antiquata a vantaggio di un
individualismo che va ben oltre la fisiologica ricerca
di privacy e che si palesa nel cambiamento di costume
ben più generalizzato), si assiste al persistere
comunque delle feste e ad un certo coinvolgimento
giovanile(5).
Un individualismo che, credo, mostra i suoi tragici
effetti negli innumerevoli problemi sociali che
viviamo tuttora, e che comunque va a tradire la
natura stessa dell'uomo che, per istinto, è
un essere sociale, cioè naturalmente disposto
alla vita sociale, quindi regolamentata.
Un simile disagio viene innanzitutto avvertito dagli
strati della popolazione più deboli; soprattutto
gli adolescenti trovano sempre meno occasioni di
confronto con il mondo degli adulti e quando a volte
ne vengono a contatto, sfogano sovente il loro disorientamento
con i gesti dai tragici effetti che tutti conosciamo.
Un altro aspetto fondamentale che va riconosciuto
alle feste popolari riguarda seni altro la loro
ricchezza culturale: esse sono sicuramente un "bene
culturale" di straordinaria complessità.
Il disconoscimento di esse, il loro tramonto, significherebbe
perdere per sempre un patrimonio notevole. È
una considerazione che d' altra parte vale per tutti
i "beni culturali" in genere e ancor più
per tutta la cultura popolare.
Non ci resta che cercare di documentare il più
possibile questo patrimonio per salvaguardarlo e
farlo vivere. È un' operazione difficilissima
soprattutto quando si tratta di feste popolari:
non si può mantenere "viva" una
festa popolare se la società che dovrebbe
esprimerla non la riconosce come tale, ne tantomeno
si può trasformarla in un mero prodotto "turistico".
Una festa che rivive solo nei gesti simbolici e
non nei contenuti diventa un' altra cosa, si trasforma
in un prodotto che ha un' al tra valenza e altra
collocazione, che può coronarsi delle definizioni
di "antica", "tradizionale",
"folcloristica", "popolare",
ma che poi assume i contorni di qualsiasi altro
spettacolo, magari a pagamento, così come
tanti altri, degenerando a volte a vuoto soggetto
consumistico.
La Festa delle Farchie va quindi analizzata per
comprenderne innanzitutto il valore culturale (con
i suoi significati semiologici, religiosi, estetici
ed antropologici in senso lato) allo scopo di farla
conoscere ed eventualmente predisporre programmi
di tutela. Inoltre va analizzata in quanto "fenomeno
vivo" che interessa gli abitanti di Fara Filiorum
Petri, da riconoscere soprattutto nella sua funzione
sociologica.
Si configura, quindi, come un modello culturale
che vive e che può probabilmente evolversi
in altra forma, tale da coinvolgere tutta la popolazione
futura che in essa potrà riconoscersi e riconoscerla
quale espressione della propria identità
culturale, etnica e sociale.
NOTE
(1) Il senso di smarrimento, la ricerca di svago
più volte sono stati pilotati dalle lobbies
del consumo che, intuendo questa esigenza, hanno
sfornato una serie di prodotti che mascherati con
l'etichetta "le cose buone di una volta",
offrono la spoglia, la crisalide, l'apparenza delle
"cose" che una volta erano invece autentiche
nei contenuti. sappiamo a riguardo dei guasti operati
dai turisti che, non avendo compreso bene i valori
delle feste popolari, confondono la festosità
espressa in esse come una sorta di occasione dove
ne
dove "si mangia e si beve", trascurando
in toto i veri significati. Ciò è
accaduto a Cocullo nella famosa Festa dei Serpari
per la quale un osservatore ci ha riferito sconsolato
che ormai la festa è fatta solo dai turisti:
probabilmente questi fatti sono da inquadrare in
un fenomeno più ampio di trasformazione della
festa popolare in gene- rale che coinvolge ormai
tutta la società occidentale.
(2) Devo a mio nonno Nicola, contadino, l'avermi
fatto conoscere le tradizioni popolari.
(3) Circa la definizione di Istituto festivo cfr.
Mazzacane, 1985- Bravo, 1984.
(4) Sul valore della festa cfr. Lanternari, 1983.
(5) Si pensi al mutare della trasmissione del sapere:
un tempo attuata mediante la memorizzazione dei
gesti, dei racconti e modulata sull'esempio degli
adulti, oggi trova canali più ampi con i
media e internet.
pag. 17
< torna
in indice
:
|
|
|